Un’intervista in … famiglia
25 febbraio 2010![]() |
Il CAI-Uget ha organizzato per
Venerdì 12 Marzo 2010 - h. 21
una interessante serata che si terrà presso la sede ANA di Via Balangero 17 dal titolo:
“Tra terra e cielo”
Protagonista dell’iniziativa uno dei nomi celebri dell’alpinismo Torinese: Antonio Balma Mion.
Nei giorni della serata avremo modo di conoscerlo “ufficialmente” ma, nel frattempo volevamo sapere qualcosa di più di lui in modo informale e come non approfittare della nostra Robi, che ha una … strana omonimia con il protagonista.
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Antonio Balma Mion, prima accademico del Cai poi Guida Alpina, istruttore nazionale di alpinismo, sci-alpinismo, per oltre vent’anni nella scuola centrale a formare nuovi istruttori.
Una vita dedicata alla montagna, all’avventura, alla scoperta e alla fotografia. Gli amici lo chiamano Tom.
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E’ un pomeriggio d’inverno e voglio proprio fare un esperimento: non è facile intervistare il proprio padre. Invece, con grande naturalezza e semplicità, parliamo del suo grande amore. Potrei stare ore ad ascoltarlo. E detto da una figlia…
Ma perché proprio la montagna? La montagna per l’ambiente, per il gusto di trovarti lì, a ridosso di vette grandiose e pareti selvagge. Per la performance fisica. E per la voglia di avventura.
E la conquista? No, perché non conquisti un bel tubo di niente. I giornalisti dovrebbero cancellare dai loro articoli questa parola, così come “montagna assassina”. L’alpinista decide di salire la montagna. Può compiere sbagli di valutazione. La montagna in sé non ha responsabilità. A me sono sempre piaciute le vie grandiose, d’impegno, le vie di misto, le grandes courses, per esempio le vie del Monte Bianco sulla Brenva e sulla parete sud, le montagne del Delfinato,il Cervino le grandi traversate, le vie sulla parete Est del Rosa; anche quelle che non sono riuscito a fare e sono contento di non averle fatte, perché non ho rischiato nulla.
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Quali sono i fattori che facilitano una frequentazione della montagna in sicurezza? Ci sono fattori materiali e immateriali. Meteo, tecnica, allenamento, esperienza. Come dicevo, sicurezza vuole anche dire saper rinunciare. Non è detto che la meta debba essere raggiunta. Bisogna saper dosare le proprie forze. La stanchezza è un grosso fattore di rischio. Ed è assurdo chiedere più di tanto al proprio fisico. Per se stessi, ma anche per gli altri. Io ho rinunciato tante volte, anche quando avrei potuto continuare, perché poi è venuto bello. Posso dire di aver preso solo una grande tempesta, sul Bianco. Era il maggio del 1967. Allora siamo sopravvissuti in tre bivaccando. Sulle varie vie c’erano 19 persone. Da quel giorno, ogni volta che ho affrontato vie impegnative, mi sono sempre portato tutto il necessario per il bivacco.
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Per ogni ascensione che si affronta è necessario tenere presente i pericoli oggettivi, perciò l’orario di partenza e la velocità sono importanti per evitare i rischi. In certi casi la valutazione sul percorso va fatta man mano che si procede. Per esempio, quando ho salito la Poire, l’ultimo pendio era in cattive condizioni, carico di neve, instabile, così abbiamo dovuto aspettare che gelasse e abbiamo raggiunto la cima solo alle 11 di sera.
E nello sci alpinismo? Gli stessi, ma soprattutto la conoscenza del meteo, la tecnica, specialmente in discesa e la valutazione del pericolo, che si acquisisce soprattutto con l’esperienza. Ma è importante sapere controllare gli sci, saper dosare il peso su pendii carichi. Io insegnavo, su pendii di neve fresca, quasi al limite, a fare la serpentina perfetta, mai allargarsi e cercare sempre la via di fuga e ho dimostrato tante volte l’importanza di non smuovere il pendio.
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Quale sarà Robi? |
Quanto contano il carattere e i fattori psicologici? Tanto. Bisogna sempre essere padroni della situazione. E’ nella difficoltà che uno deve venire fuori. Bisogna avere grinta. Ci sono persone che cedono quando c’è una leggera difficoltà, altre che si ricaricano. E ci va lucidità. Quando sei stanco sei meno lucido.
Quali le differenze rispetto ad oggi? La principale è il meteo, oggi vai via più sul sicuro. Nello sci alpinismo è determinante per conoscere le condizioni della neve. Anche i materiali facilitano. Una volta erano pesantissimi.
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Tutte le salite, anche su roccia, io le ho fatte con gli scarponi di cuoio, non ho mai usato le scarpette. C’è stata un’enorme accelerazione dei materiali e della tecnica. Per esempio, nelle salite su ghiaccio, usavamo le piccozze per gradinare, non per trazione. Quindi si cercava di salire le montagne quando ancora non c’era molto ghiaccio. La tecnica del piolet traction era sconosciuta. Nel 1972, quando ne abbiamo sentito parlare, in un corso nazionale abbiamo modificato due piccozze e abbiamo iniziato a sperimentarla.
Che ruolo ha il Cai? Il Cai ha un ruolo centrale. E’ lo strumento che io consiglio per avvicinarsi e conoscere la montagna, per acquisire le tecniche necessarie a frequentarla in sicurezza. Io ho sempre creduto in questo, infatti ho collaborato per tanti anni con il Cai per la formazione degli allievi prima e degli istruttori poi. Il Cai deve pensare soprattutto agli allievi. Deve pianificare le gite sulla base del livello degli allievi. Gli istruttori devono insegnare la tecnica. Devono saper consigliare agli allievi.
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Cosa consigli a chi pratica da qualche anno lo sci alpinismo? Le grandi discese di alta montagna, le grandi classiche. Senza correre.
Un’ultima battuta, la miglior farina? Canadese, no scherzo, dipende. In Italia, l’ho trovata a Pian Benot, in Val di Viù. Ma anche a sud dopo una bella nevicata. Nelle Valli di Lanzo ci sono belle discese tecniche: la via di sinistra della nord della Ciamarella, la via normale sulla Ovest e poi le grandi classiche delle Alpi.









marzo 10 2010 alle 8:18 am
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